lunedì, 11 febbraio 2008

E' tratto da qui.

 

C’era una volta, c’è sempre stata,    tota mulier in utero: Barbie e  Razanne sono due matrici. Puzzano forte di marchi depositati dalla Mattel Inc. che, dividendo, impera. Chi vuoi essere, bambina globale? Vuoi essere la seducente Barbie, tutta tette e tacchi, che sposerà il dottor Smith (= Brambilla) e coltiverà petunie in vasi da esibire in occasione del barbecue domenicale, o vuoi essere Razanne la modesta, dolce miele dell’Oriente, trasparenza e leggerezza delle mille e una notte? Guarda com’è democratico il tuo fabbricante, bambina: ti dà facoltà di scelta.

La stessa scelta, com’è magnanimo, la permette il padrone al proletario: come vuoi schiattare di fatica, s-oggetto sociale? Firmando il mutuo per la tua nuova automobile da sogno, o scialacquandoti il salario fantasticando di imbroccare il Gratta e Vinci del riscatto? La stessa scelta la consente e la caldeggia anche il generale: decidi tu nel nome di quale dio andare a morte, soldatino. Ti chiameranno eroe. Un fagotto di ossa rotte, spezzatino di carni sanguinanti e una medaglia sul tuo fiero petto.


Barbie e Razanne, dunque
: la scelta delle piccole donne postmoderne. Scegli, e poi gareggia: cous cous contro cotolette, qui si procede a colpi di mestoli e grattugie. E non si accorgono, Barbie e Razanne, che non sono mai avvenute, che la fregatura è universale: la loro guerra si è combattuta nel mediocre spazio di un tinello, il loro percorso si è esaurito nel rapido cerchio di un anellino al dito, nel fare e disfare e rifare la culla del ciclo mensile: Barbie e Razanne sono l’illusione della femmina che gioca a vivere, e non ha modo di essere individuo. Di Barbie e di Razanne è il regno dell’anca morbida e dell’ombretto, il regno della depilazione e del sorriso: a Barbie e Razanne è stato costruito un regno in cui essere rinchiuse, in questo regno entrambe sono libere per niente.

Passa le tue giornate tessendo, o castellana, pregando Allah o il Signore Gesù Cristo che il tuo sposo torni dalla Guerra Santa, che torni vincitore: tu hai già ottenuto la tua passività perpetua, sei già una schiava, se ti va bene sei una serva fatta idolo: quanta fesseria c’è in Cenerentola che annuncia il suo trionfo solo perché dallo straccio per i pavimenti e lo sgabuzzino le viene concesso il passaggio all’abito di taffettà sul trono.

Barbie e Razanne saranno meraviglie a vuoto, lasciate fuori dalla storia: saranno sante, saranno puttanelle, saranno muse e saranno madri, Ave Maria regina delle stupide, consacrata sia la seducente velata concubina, la mogliettina stupefatta.

Per essere questo nulla storico che da sguattera le paralizza nello splendore dell’icona, Barbie e Razanne faranno a meno della scienza e della tecnologia, della politica e della filosofia: oh, che riscatto, questa sempiterna infanzia che esclude dalla responsabilità. Chi vuoi essere, bambina? Barbie o Razanne, bestia da soma o bestia di lusso, preda privilegiata o Bella Addormentata? Levàti i diritti astratti e le possibilità concrete, la libertà di Barbie e di Razanne non è che una penosa mistificazione. Entrambe saranno tutto, sicché non saranno mai precisamente quello che vorrebbero o potrebbero essere: nella gratuità del destino che la Mattel Inc. fornisce in scatola c’è un individuo non compiuto, che non può minacciare reciprocità.

Barbie e Razanne in guerra non ci vanno, né costruiscono la pace. Se sono favorite dalla sorte alla lotteria del fascino e del fidanzamento, dello sgravare pargoli e del sorriso più smagliante, verrà concesso loro di farsi poesia, simbolo di mistero, dolce dea pagana o oscuro oggetto del desiderio sessuale. Tutto, tranne che se stesse. Scegli chi vuoi essere, bambina italiana e pachistana, bambina serba e bambina bosniaca: Barbie o Razanne? In questo mito in cui cadrai a testa bassa, il tuo vissuto verrà sostituito con l’alienazione.

Andranno in scena, Barbie e Razanne, a recitarsi addosso: mediocrità d’oro e diamanti (o di dadi da brodo e Stira e Ammira, ché molte Barbie e Razanne debbono adeguarsi al bilocale e alla dattilografia), niente ambizioni che non siano fornite con la scatola, niente passioni se non quelle del bordello e della nursery.

Barbie e Razanne vivranno giorni che non portano da nessuna parte: attrici in un recinto che chiamano universo femminile, saranno un perpetuo analogo attraverso il quale va in scena un’assenza: va in scena tutto quello che Barbie e Razanne non sono e non saranno mai. Si conserveranno ‘belle’, dicono a se stesse: si conserveranno, come si conservano le marmellate.

Saranno ‘libere’, oh sì: libere di definire, misurare, esplorare il loro regno: ossia, lo squallore del loro destinato, limitato gineceo. Barbie e Razanne: guerriere di una feroce lotta contro la polvere e la cellulite, contro il calcare e contro l’assorbente igienico, saranno snella o grassa carne destinata a generare altra carne. Non esistenza, ma semplice vocazione naturale; a Barbie e a Razanne nessuno è andato a dire che la loro storia non è suggerimento degli ormoni: a Barbie e a Razanne nessuno ha spiegato che le disgrazie recitate e i trionfi surrogati sono determinati da una situazione. La situazione si crea all’apertura della scatola, alla risposta a una domanda che non dovrebbe porsi: chi vuoi essere, bambina? Se tu potessi darmi una risposta logica, diresti: niente. “Io non voglio essere niente di tutto quel che state offrendo. Io scelgo di essere altro”. Ma la logica è uno strumento che Barbie e Razanne, in Italia come in Francia, in Serbia come in Afghanistan, non hanno occasione di usare spesso: un sillogismo non le aiuta a sbattere per bene una maionese, a chetare il pianto del moccioso, a inginocchiarsi nell’arte del pompino e a sfilare in passerella. Mascara, collant 30 denari, colpi di sole, orata al forno, telefono che squilla, lurex da discoteca, candeggiante e Vogue: tutte le piccole cose in cambio delle grandi cose a cui Barbie e Razanne non hanno accesso. Soltanto un gioco di esistenza, una simulazione. È difficile spiegare a Barbie e a Razanne che dovrebbero rifiutarsi di giocare, perché i dadi sono truccati; è difficile spiegare loro che il poeta che le esalta non è che la fodera splendente del maiale che le stupra.

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lunedì, 05 novembre 2007
 
copertina
Ancora dalla parte delle bambine

Contributi: Elena  Gianini Belotti
Collana: Serie Bianca
Pagine: 288
Prezzo: Euro 15
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Prima

La parte più bella, più eccitante, più divertente di Google Earth è l’inizio della ricerca. Per l’esattezza quando, una volta digitato il nome della nazione, della località e dell’indirizzo che si desidera visualizzare con le riprese satellitari, il programma conduce il navigatore in avanti, lanciandolo dall’icona iniziale del globo terrestre in un tuffo mozzafiato, in volo fino alla strada che attraversa un paese di cento anime, di cui solo poche decine di persone sanno riconoscere i colori delle case, i profili delle montagne che lo circondano, il fiume che lo attraversa.
Questo libro nasce con un’intenzione molto simile: partire da un’immagine d’insieme e arrivare ai dettagli che la compongono. Naturalmente è più difficile: perché, in questo caso, la visione di partenza non è chiara, al punto da venir percepita in modi apparentemente inconciliabili. Proprio in questi ultimi mesi, infatti, la cosiddetta questione femminile è riemersa nelle cronache, nei libri, nelle discussioni intellettuali: in alcuni casi per una sbigottita denuncia del tramonto delle differenze; in altri, per l’altrettanto angosciosa consapevolezza di una nuova e violentissima ondata di misoginia. Che debba tornare ad assestarsi nel ruolo centrale di moglie e di madre, o che debba continuare a rivendicare di essere prima di tutto persona, la donna di cui si sta parlando sfugge comunque alla visione. L’immagine totale è fuori fuoco. Proprio per questo, occorre forse saltare verso il basso e osservare da vicino quel che dall’alto non si vede.
In trent’anni, i discorsi sulla cosiddetta emancipazione femminile sono divenuti molto più sofisticati e complessi rispetto all’urgenza con cui agirono i movimenti di liberazione. E, allo stato attuale, fanno sorgere un sospetto a chi non frequenta con la stessa generosa e ammirevole assiduità il dibattito sul genere. Il dubbio è semplice, e doloroso: non sarà che quelle donne che sarebbero divenute pari agli uomini in tutto – e in primo luogo in un’affermazione professionale in nome della quale avrebbero svenduto la propria anima e il proprio tempo come il dottor Faust – sono, in realtà, molto poche? Non sarà che l’infinito dibattere sulla differenza e sul suo prezzo è, in fondo, un lusso riservato a una cerchia ristretta di pensatrici e osservatrici che hanno realmente ottenuto riconoscimenti lavorativi ed economici (certo, a fronte di esistenze magari difficili e convulse: ma comunque con un privilegio che un tempo si sarebbe detto “di classe” rispetto alla stragrande maggioranza)? Non sarà che, mentre si discute di quel che l’umanità ha perduto quando le signore hanno lasciato il ragù per i consigli di amministrazione, nel vituperato mondo delle masse stia invece accadendo tutt’altro?
Questo libro racconta, dunque, i risultati di una lunga immersione nel mondo dell’immaginario popolare: quello che, d’abitudine, si considera non rilevante ai fini dell’interpretazione culturale. Eppure, a formare una cultura è proprio quello stesso immaginario che si veicola nei prodotti a larga diffusione: prodotti destinati all’infanzia, soprattutto. Perché, per capire cosa sta succedendo oggi alle donne, occorre sapere cosa è successo, da qualche lustro a questa parte, alle bambine.
Non casualmente, quel che viene intuito oggi dai saggisti era già noto, da oltre dieci anni, nel marketing che riguarda i giovanissimi. La re-genderization, il ritorno ai generi, è già in atto, dalla metà degli anni novanta, nella produzione e diffusione di giocattoli, programmi televisivi, libri, film, cartoni. Laddove la parola ritorno non sancisce semplicemente una differenza, ma determina, ancora una volta e a dispetto delle apparenze, la premessa di una subordinazione.
Questo libro racconta quello che le bambine guardano, comprano, leggono, vengono indotte a sognare. Non è un racconto ottimista. Ciononostante persegue un secondo obiettivo: cercare di dimostrare quanto sia illusoria la minaccia tecnologica agitata dai numerosissimi difensori dell’infanzia. Banalmente, mezzo e messaggio continuano a essere sinonimi: e uno dei risultati dell’antico fraintendimento è la messa in ombra di quelli che sono forse gli stereotipi più inquietanti, ma che vengono da un supporto ritenuto benefico. La carta.
Questo libro, ancora, non intende trasformare i lettori adulti in vigilantes: almeno, non nel senso che diamo oggi al termine. Non è censurando, allontanando o ritentando l’esperienza fallimentare del politically correct che si ristabilisce un equilibrio ormai perduto di vista. Semmai, vigilando: e dunque, entrando nel mondo dei simboli per osservarli e riconoscerli. Per renderli, forse e finalmente, innocui.
Questo libro, infine, comincia idealmente dalla frase con cui, decenni fa, si concludeva un altro e famosissimo testo, Il secondo sesso di Simone de Beauvoir: “La disputa continuerà finché gli uomini e le donne non si riconosceranno come simili”. La sensazione è che, a oggi, la disputa continui, e si stia anzi nuovamente acutizzando, perché quel riconoscimento – di similitudine, non di identificazione – non è ancora avvenuto. Nonostante si sostenga, nei luoghi deputati, l’esatto contrario.
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sabato, 03 novembre 2007

Dalla parte delle bambine

ieri e oggi

di GIOVANNA ZUCCONI
Che cosa non può mancare nella tua borsetta? Le gomme da masticare. Un lucidalabbra. Un fermaglio per i capelli. Ma certo, sacrosanto, grazie per avercelo ricordato: il lucidalabbra è indispensabile, dona un'aria glamour. Mentre per ciglia da cerbiatta, com'è universalmente noto, occorre il piegaciglia. Niente di strano. Così fan tutte, così san tutte, o quasi. Solo che questo prontuario di cosmesi e seduzione è dedicato a bambine di quattro anni. Così piccole che una borsetta potrebbero (dovrebbero?) non averla, per non dire del piegaciglia. È un libro per mini-lettrici, o forse ancora neppure lettrici, legato al cartone animato Trollz. A quattro anni le donne non leggono, però consultano Crea il tuo look e mettono il lucidalabbra. The devil is in the details, direbbero gli inglesi. Sono i particolari a svelare. Ma non è soltanto il diavolo ad appassionarsi ai dettagli. Osservando meticolosamente piccini e adulti, nel 1973 Elena Gianini Belotti, insegnante montessoriana, pubblicò Dalla parte delle bambine, per dire che la differenza fra maschi e femmine non è innata ma frutto dei condizionamenti sociali e culturali. Trentaquattro anni dopo, oggi, Loredana Lipperini, giornalista, setaccia puntigliosamente fumetti, riviste, moda, pubblicità, televisione, e pubblica Ancora dalla parte delle bambine. Studiando quello che con termine orribile il marketing chiama re-genderization: ossia il ritorno ai generi, alla differenza.

A volte ritornano. O forse non se ne sono mai andati? «Allora c'era fervore, condivisione, poi c'è stato il contrattacco. Alcune mete sembravano raggiunte e stabili, almeno in Occidente, invece per certi aspetti adesso è addirittura peggio. Non più vallette semimute ma veline, un'esibizione del corpo più perversa», dice Elena Gianini Belotti. Però (o per questo?) Dalla parte delle bambine, oltre 600mila copie in ventitre edizioni, continua a vendere. «Tutto ha ricominciato a biforcarsi alla metà degli anni Novanta», dice Loredana Lipperini, autrice del sequel di quel saggio così fortunato. «Avventura e scoperta per i maschi, corpo e bellezza per le femmine. Parlo di immaginario popolare, che viene trascurato dalle élite culturali e invece decide che cosa bambini e bambine comprano, vedono, sognano».

Allora come oggi, trattasi di fenomeni (e dettagli!) sotto gli occhi di tutti, che però non vengono visti. Gianini Belotti: «Avevo catalogato cose molto comuni». L'effetto fu di rivelazione. «Non si può fare una scoperta una seconda volta, però tornare su questi argomenti serve ad aggiustare il tiro sugli errori che continuiamo a fare. Non siamo fuori da questa storia». Lipperini: «Oggi è più difficile, le cose sono più sfumate, si aprono nuovi problemi interpretativi. Esempio: quello che l'americana Ariel Levy chiama raunch, cioè la diffusione di ciò che una volta era ai confini della pornografia». Le mutande in vista, lo spogliarello continuo, labbroni e tettone non più appannaggio di prostitute. «Il raunch pone il corpo femminile al centro dell'attenzione: è liberatorio, oppure questa esibita sessualizzazione è segno di sottomissione a modelli maschili?».

Già. E dove comincia, a che età, attraverso cosa? Il piegaciglia di cui sopra? In un qualsiasi weekend di quest'anno, mentre sullo schermo tre ragazze mimano una lap dance, il 37% del pubblico di Buona domenica ha meno di quattordici anni. Le fatine Winx, fenomeno del momento, sfoggiano un'impeccabile french manicure e le labbra gonfie come celebrities di Mtv. Le bambole Bratz portano pantaloni a vita bassa. È come se giornaletti e cartoni animati bombardassero i bambini maschi di cinque anni con schiuma da barba, anabolizzanti, tagliasigari. Come se. Trentaquattro anni fa, Elena Gianini Belotti parlava di «mutilazione» sia per le femmine sia per i maschi, ugualmente menomati dalle imposizioni culturali. Oggi l'ipercura del corpo è anche maschile, i ragazzi si impomatano, si depilano, sognano il tronista Costantino o Fabrizio Corona. «Appunto. È una malattia contagiosa, che sta colpendo anche i maschi. Ma per le femmine è millenaria», dice Gianini Belotti. E Lipperini: «Per l'uomo la bellezza è un optional, per la donna è un optional l'intelligenza».
postato da: beatriceb alle ore 13:55 | Permalink | commenti
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lunedì, 03 settembre 2007
Quando leggo che in Germania Christa Muller, moglie del segretario di un famoso partito di sinistra tedesco, ha  dichiarato  che le femministe radicali non riconoscono che una donna è una donna, che i  bambini portano la felicità e  i neonati cercano il contatto con la madre più di cento volte al giorno e che quindi è meglio che le madri stiano a casa con i figli piuttosto che andare a lavorare, ecco, mi incazzo.
postato da: beatriceb alle ore 13:50 | Permalink | commenti (4)
categoria:donne, bambini, lavoro, diritti, femminismo
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