lunedì, 11 febbraio 2008

E' tratto da qui.

 

C’era una volta, c’è sempre stata,    tota mulier in utero: Barbie e  Razanne sono due matrici. Puzzano forte di marchi depositati dalla Mattel Inc. che, dividendo, impera. Chi vuoi essere, bambina globale? Vuoi essere la seducente Barbie, tutta tette e tacchi, che sposerà il dottor Smith (= Brambilla) e coltiverà petunie in vasi da esibire in occasione del barbecue domenicale, o vuoi essere Razanne la modesta, dolce miele dell’Oriente, trasparenza e leggerezza delle mille e una notte? Guarda com’è democratico il tuo fabbricante, bambina: ti dà facoltà di scelta.

La stessa scelta, com’è magnanimo, la permette il padrone al proletario: come vuoi schiattare di fatica, s-oggetto sociale? Firmando il mutuo per la tua nuova automobile da sogno, o scialacquandoti il salario fantasticando di imbroccare il Gratta e Vinci del riscatto? La stessa scelta la consente e la caldeggia anche il generale: decidi tu nel nome di quale dio andare a morte, soldatino. Ti chiameranno eroe. Un fagotto di ossa rotte, spezzatino di carni sanguinanti e una medaglia sul tuo fiero petto.


Barbie e Razanne, dunque
: la scelta delle piccole donne postmoderne. Scegli, e poi gareggia: cous cous contro cotolette, qui si procede a colpi di mestoli e grattugie. E non si accorgono, Barbie e Razanne, che non sono mai avvenute, che la fregatura è universale: la loro guerra si è combattuta nel mediocre spazio di un tinello, il loro percorso si è esaurito nel rapido cerchio di un anellino al dito, nel fare e disfare e rifare la culla del ciclo mensile: Barbie e Razanne sono l’illusione della femmina che gioca a vivere, e non ha modo di essere individuo. Di Barbie e di Razanne è il regno dell’anca morbida e dell’ombretto, il regno della depilazione e del sorriso: a Barbie e Razanne è stato costruito un regno in cui essere rinchiuse, in questo regno entrambe sono libere per niente.

Passa le tue giornate tessendo, o castellana, pregando Allah o il Signore Gesù Cristo che il tuo sposo torni dalla Guerra Santa, che torni vincitore: tu hai già ottenuto la tua passività perpetua, sei già una schiava, se ti va bene sei una serva fatta idolo: quanta fesseria c’è in Cenerentola che annuncia il suo trionfo solo perché dallo straccio per i pavimenti e lo sgabuzzino le viene concesso il passaggio all’abito di taffettà sul trono.

Barbie e Razanne saranno meraviglie a vuoto, lasciate fuori dalla storia: saranno sante, saranno puttanelle, saranno muse e saranno madri, Ave Maria regina delle stupide, consacrata sia la seducente velata concubina, la mogliettina stupefatta.

Per essere questo nulla storico che da sguattera le paralizza nello splendore dell’icona, Barbie e Razanne faranno a meno della scienza e della tecnologia, della politica e della filosofia: oh, che riscatto, questa sempiterna infanzia che esclude dalla responsabilità. Chi vuoi essere, bambina? Barbie o Razanne, bestia da soma o bestia di lusso, preda privilegiata o Bella Addormentata? Levàti i diritti astratti e le possibilità concrete, la libertà di Barbie e di Razanne non è che una penosa mistificazione. Entrambe saranno tutto, sicché non saranno mai precisamente quello che vorrebbero o potrebbero essere: nella gratuità del destino che la Mattel Inc. fornisce in scatola c’è un individuo non compiuto, che non può minacciare reciprocità.

Barbie e Razanne in guerra non ci vanno, né costruiscono la pace. Se sono favorite dalla sorte alla lotteria del fascino e del fidanzamento, dello sgravare pargoli e del sorriso più smagliante, verrà concesso loro di farsi poesia, simbolo di mistero, dolce dea pagana o oscuro oggetto del desiderio sessuale. Tutto, tranne che se stesse. Scegli chi vuoi essere, bambina italiana e pachistana, bambina serba e bambina bosniaca: Barbie o Razanne? In questo mito in cui cadrai a testa bassa, il tuo vissuto verrà sostituito con l’alienazione.

Andranno in scena, Barbie e Razanne, a recitarsi addosso: mediocrità d’oro e diamanti (o di dadi da brodo e Stira e Ammira, ché molte Barbie e Razanne debbono adeguarsi al bilocale e alla dattilografia), niente ambizioni che non siano fornite con la scatola, niente passioni se non quelle del bordello e della nursery.

Barbie e Razanne vivranno giorni che non portano da nessuna parte: attrici in un recinto che chiamano universo femminile, saranno un perpetuo analogo attraverso il quale va in scena un’assenza: va in scena tutto quello che Barbie e Razanne non sono e non saranno mai. Si conserveranno ‘belle’, dicono a se stesse: si conserveranno, come si conservano le marmellate.

Saranno ‘libere’, oh sì: libere di definire, misurare, esplorare il loro regno: ossia, lo squallore del loro destinato, limitato gineceo. Barbie e Razanne: guerriere di una feroce lotta contro la polvere e la cellulite, contro il calcare e contro l’assorbente igienico, saranno snella o grassa carne destinata a generare altra carne. Non esistenza, ma semplice vocazione naturale; a Barbie e a Razanne nessuno è andato a dire che la loro storia non è suggerimento degli ormoni: a Barbie e a Razanne nessuno ha spiegato che le disgrazie recitate e i trionfi surrogati sono determinati da una situazione. La situazione si crea all’apertura della scatola, alla risposta a una domanda che non dovrebbe porsi: chi vuoi essere, bambina? Se tu potessi darmi una risposta logica, diresti: niente. “Io non voglio essere niente di tutto quel che state offrendo. Io scelgo di essere altro”. Ma la logica è uno strumento che Barbie e Razanne, in Italia come in Francia, in Serbia come in Afghanistan, non hanno occasione di usare spesso: un sillogismo non le aiuta a sbattere per bene una maionese, a chetare il pianto del moccioso, a inginocchiarsi nell’arte del pompino e a sfilare in passerella. Mascara, collant 30 denari, colpi di sole, orata al forno, telefono che squilla, lurex da discoteca, candeggiante e Vogue: tutte le piccole cose in cambio delle grandi cose a cui Barbie e Razanne non hanno accesso. Soltanto un gioco di esistenza, una simulazione. È difficile spiegare a Barbie e a Razanne che dovrebbero rifiutarsi di giocare, perché i dadi sono truccati; è difficile spiegare loro che il poeta che le esalta non è che la fodera splendente del maiale che le stupra.

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giovedì, 03 gennaio 2008

leggete qui:

www.corriere.it/politica/08_gennaio_02/binetti_bondi_aborto

 

Non vi sembra di essere tornati indietro di qualche decennio? Come si può, nel 2008, mettere ancora in discussione una legge tanto terribile quanto fondamentale come questa?

Una vita che attraversa il corpo di una donna, anche se di una manciata di mesi, lascia un segno indelebile e di estremo dolore, quella noce di carne così fragile ma così potente che se ne va per sempre senza lasciare traccia di sè crea un cratere nel cuore si chi rimane, un buco nero.

Ma non si può negare questo diritto al genere femminile, e i vari Binetti e Bondi non dovrebbero pontificare liberamente sulla pelle e sull'animo delle donne.

  • Se gli uomini potessero concepire, a quest'ora l'aborto sarebbe un sacramento. (Florynce Kennedy)
  • postato da: beatriceb alle ore 09:27 | Permalink | commenti (2)
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    sabato, 24 novembre 2007

    manifestazione a Roma, Slogan contro il pacchetto sicurezza

    «100mila» donne contro la violenza

    Contestate Prestigiacomo e Carfagna. Alle ministre Melandri e Pollastrini: «Vergogna, vendute»

     

    Donne in piazza oggi a Roma contro la paura. In 100 mila - secondo gli organizzatori - per dire no alla violenza alle donne. Una piaga diffusa soprattutto dentro alle mura domestiche e che rappresenta la prima causa di morte femminile. Un corteo multicolore affollato anche da islamiche e rom. Variopinto da striscioni e scandito da slogan contro il «pacchetto sicurezza» approvato qualche settimana fa dal governo ma anche contro le azzurre Prestigiacomo e Carfagna, allontanate dal corteo come pure due cronisti uomini. Le ultime costrette a «lasciare» sono state le ministre Livia Turco e Giovanna Melandri: duramente contestate in piazza Navona da un gruppo di partecipanti (al grido di «Vergogna, vendute») hanno abbandonato il palco dove avrebbero dovuto effettuare un collegamento in diretta tv.

    GLI SLOGAN CONTRO IL PACCHETTO SICUREZZA - Tra gli slogan contro il pacchetto sicurezza «Se la violenza è in casa che ci faccio con più polizia?» recita uno. «Non ci stiamo in un pacchetto violenza, vogliamo cultura del rispetto» si legge in un altro. «Se la violenza è sotto al tetto cosa faccio con questo pacchetto?» chiede un altro. «Vogliamo denunciare che con la scusa della violenza, il tragico episodio della Reggiani è stato strumentalizzato dal governo per dare vita a un pacchetto sicurezza xenofobo e razzista - spiega Monica Pepe, una delle organizzatrici -. A nostro avviso ci vuole un cambiamento culturale nella battaglia contro la violenza non servono i provvedimenti repressivi e inutili».

    PRESTIGIACOMO E CARFAGNA CONTESTATE - Nel mirino delle manifestanti anche le azzurre Stefania Prestigiacomo e Mara Carfagna presenti alla manifestazione organizzata dal cartello di associazioni femministe Controviolenzadonne: «Fuori i fascisti da questo corteo» è lo slogan scandito contro le due parlamentari di Forza Italia. Le due deputate, fortemente contestate, si sono difese spiegando che: «la violenza sulle donne non può e non deve avere colore politico». L'ex ministro per le Pari opportunità si difende da chi le dice «potevi venire con i tacchi a spillo» dicendo che è stato sotto il suo ministero che sono state varate le prime norme antiviolenza, e poi «in Parlamento c'è sempre stato un fronte trasversale tra donne».

    Unapartecipante al corteo di Roma contro la violenza sulle donne (Eidon)

    VIA I CRONISTI UOMINI - Atttaccati anche gli uomini. Due cronisti maschi di agenzie di stampa e un fotografo sono stati allontanati a spintoni dal corteo: «Siete uomini uscite da questo corteo» sono stati apostrofati i cronisti che hanno replicato: «Siamo qui per lavorare e per informare i cittadini delle vostre proteste». In loro difesa è intervenuta Livia Turco, presente tra le manifestanti: «Il dissenso nei confronti dell'onorevole Prestigiacomo è stato espresso solo da una minoranza esigua» ha spiegato il ministro della salute Livia Turco «spero vivamente che Prestigiacomo torni a sfilare insieme a noi».

    COMMOSSA DIACIA MARAINI - Stessa speranza da parte di Dacia Maraini, presente al corteo: «Sono contraria a cacciare chiunque da un corteo, anche gli uomini su questo tema possono essere nostri alleati». A parte questi episodi, la scrittrice si è detta commossa: «Era dagli anni '70 che non si vedeva una manifestazione di questo tipo e con questa partecipazione. La violenza è un problema sentito da tutte le donne - ha proseguito - si tratta di una questione culturale: bisogna agire su questo aspetto».

    NAPOLITANO: APPROVARE SUBITO LA LEGGE - A livello politico da registrare l'intervento di Napolitano. Il presidente della Repubblica ha auspicato che la proposta di legge per tutelare le donne venga approvata al più presto in Parlamento. In una lettera inviata al ministro per le Pari opportunità Barbara Pollastrini per la Giornata internazionale Onu contro la violenza alle donne (domenica 25), il capo dello Stato ha anche sostenuto che si debba cominciare dalle scuole ad educare a rispettare i diritti delle persone.

    POLLASTRINI: IN GIOCO I DIRITTI UMANI - A Napolitano è andata la personale riconscenza del ministro Pollastrini che parla di «strage delle innocenti» e risponde al messaggio del presidente della Repubblica, sottolineando come quella della violenza sulle donne sia una «emergenza culturale, prima di tutto». «Tutte le cifre e le statistiche ci danno la prova di un'emergenza drammatica» ha detto. L'Italia «deve conoscere, al pari di Spagna, Francia e altri grandi paesi, un vero Piano Integrato d'Azione contro la Violenza sulle Donne. Servono risorse, e i venti milioni della Finanziaria del 2008 sono un primo segno positivo. Ma servono anche campagne di formazione e di informazione. Serve dare valore alle Case delle donne, ai Centri antiviolenza e a una rete diffusa di servizi sociali».

    TURCO: «PRESTO SPORTELLI DEDICATI»- «La violenza contro le donne rende più incivile, fragile, insicuro il nostro paese» denuncia il ministro della salute in un messaggio di adesione inviato alle organizzatrici della manifestazione. «I dati sulla violenza contro le donne si ripetono, anno dopo anno, drammatici, indecenti - sottolinea la Turco che annuncia di voler combattere il fenomeno «a partire dall'informazione e dall'educazione nelle scuole, alla formazione di tutti gli operatori, prevedendo l'apertura di uno Sportello dedicato in ogni Pronto Soccorso e di Centri Regionali di riferimento, aperti per 24 ore».

    BINDI: TOLLERANZA ZERO - Contro la violenza sulle donne il ministro della Famiglia Rosy Bindi invoca la «tolleranza zero», una rapida approvazione delle «norme del disegno di legge sulla violenza stralciate dalla Commissione Giustizia, ma anche - conclude - approvare presto tutto il complesso della proposta di legge e realizzare quella rete di servizi territoriali indispensabile a sostenere le donne, le madri, le bambine, le ragazze che subiscono violenze, abusi e maltrattamenti. E’ un obiettivo di civiltà cui non possiamo rinunciare».

     

     

     Un momento della manifestazione delle donne contro la violenza a Roma (Infophoto)
    Un momento della manifestazione delle donne contro la violenza a Roma (Infophoto)
     (Infophoto)
    (Infophoto
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    postato da: beatriceb alle ore 18:07 | Permalink | commenti (6)
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    lunedì, 05 novembre 2007
     
    copertina
    Ancora dalla parte delle bambine

    Contributi: Elena  Gianini Belotti
    Collana: Serie Bianca
    Pagine: 288
    Prezzo: Euro 15
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    Prima

    La parte più bella, più eccitante, più divertente di Google Earth è l’inizio della ricerca. Per l’esattezza quando, una volta digitato il nome della nazione, della località e dell’indirizzo che si desidera visualizzare con le riprese satellitari, il programma conduce il navigatore in avanti, lanciandolo dall’icona iniziale del globo terrestre in un tuffo mozzafiato, in volo fino alla strada che attraversa un paese di cento anime, di cui solo poche decine di persone sanno riconoscere i colori delle case, i profili delle montagne che lo circondano, il fiume che lo attraversa.
    Questo libro nasce con un’intenzione molto simile: partire da un’immagine d’insieme e arrivare ai dettagli che la compongono. Naturalmente è più difficile: perché, in questo caso, la visione di partenza non è chiara, al punto da venir percepita in modi apparentemente inconciliabili. Proprio in questi ultimi mesi, infatti, la cosiddetta questione femminile è riemersa nelle cronache, nei libri, nelle discussioni intellettuali: in alcuni casi per una sbigottita denuncia del tramonto delle differenze; in altri, per l’altrettanto angosciosa consapevolezza di una nuova e violentissima ondata di misoginia. Che debba tornare ad assestarsi nel ruolo centrale di moglie e di madre, o che debba continuare a rivendicare di essere prima di tutto persona, la donna di cui si sta parlando sfugge comunque alla visione. L’immagine totale è fuori fuoco. Proprio per questo, occorre forse saltare verso il basso e osservare da vicino quel che dall’alto non si vede.
    In trent’anni, i discorsi sulla cosiddetta emancipazione femminile sono divenuti molto più sofisticati e complessi rispetto all’urgenza con cui agirono i movimenti di liberazione. E, allo stato attuale, fanno sorgere un sospetto a chi non frequenta con la stessa generosa e ammirevole assiduità il dibattito sul genere. Il dubbio è semplice, e doloroso: non sarà che quelle donne che sarebbero divenute pari agli uomini in tutto – e in primo luogo in un’affermazione professionale in nome della quale avrebbero svenduto la propria anima e il proprio tempo come il dottor Faust – sono, in realtà, molto poche? Non sarà che l’infinito dibattere sulla differenza e sul suo prezzo è, in fondo, un lusso riservato a una cerchia ristretta di pensatrici e osservatrici che hanno realmente ottenuto riconoscimenti lavorativi ed economici (certo, a fronte di esistenze magari difficili e convulse: ma comunque con un privilegio che un tempo si sarebbe detto “di classe” rispetto alla stragrande maggioranza)? Non sarà che, mentre si discute di quel che l’umanità ha perduto quando le signore hanno lasciato il ragù per i consigli di amministrazione, nel vituperato mondo delle masse stia invece accadendo tutt’altro?
    Questo libro racconta, dunque, i risultati di una lunga immersione nel mondo dell’immaginario popolare: quello che, d’abitudine, si considera non rilevante ai fini dell’interpretazione culturale. Eppure, a formare una cultura è proprio quello stesso immaginario che si veicola nei prodotti a larga diffusione: prodotti destinati all’infanzia, soprattutto. Perché, per capire cosa sta succedendo oggi alle donne, occorre sapere cosa è successo, da qualche lustro a questa parte, alle bambine.
    Non casualmente, quel che viene intuito oggi dai saggisti era già noto, da oltre dieci anni, nel marketing che riguarda i giovanissimi. La re-genderization, il ritorno ai generi, è già in atto, dalla metà degli anni novanta, nella produzione e diffusione di giocattoli, programmi televisivi, libri, film, cartoni. Laddove la parola ritorno non sancisce semplicemente una differenza, ma determina, ancora una volta e a dispetto delle apparenze, la premessa di una subordinazione.
    Questo libro racconta quello che le bambine guardano, comprano, leggono, vengono indotte a sognare. Non è un racconto ottimista. Ciononostante persegue un secondo obiettivo: cercare di dimostrare quanto sia illusoria la minaccia tecnologica agitata dai numerosissimi difensori dell’infanzia. Banalmente, mezzo e messaggio continuano a essere sinonimi: e uno dei risultati dell’antico fraintendimento è la messa in ombra di quelli che sono forse gli stereotipi più inquietanti, ma che vengono da un supporto ritenuto benefico. La carta.
    Questo libro, ancora, non intende trasformare i lettori adulti in vigilantes: almeno, non nel senso che diamo oggi al termine. Non è censurando, allontanando o ritentando l’esperienza fallimentare del politically correct che si ristabilisce un equilibrio ormai perduto di vista. Semmai, vigilando: e dunque, entrando nel mondo dei simboli per osservarli e riconoscerli. Per renderli, forse e finalmente, innocui.
    Questo libro, infine, comincia idealmente dalla frase con cui, decenni fa, si concludeva un altro e famosissimo testo, Il secondo sesso di Simone de Beauvoir: “La disputa continuerà finché gli uomini e le donne non si riconosceranno come simili”. La sensazione è che, a oggi, la disputa continui, e si stia anzi nuovamente acutizzando, perché quel riconoscimento – di similitudine, non di identificazione – non è ancora avvenuto. Nonostante si sostenga, nei luoghi deputati, l’esatto contrario.
    postato da: beatriceb alle ore 19:15 | Permalink | commenti (1)
    categoria:donne, bambini, diritti
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    lunedì, 05 novembre 2007

    Quella Silicon Valley un po’ sessista

    Pochissime donne ai vertici dei marchi più illustri della mecca californiana tecnologici

     

    SILICON VALLEY, (Stati Uniti) – Dalla valle del silicio, cuore pulsante dell’innovazione, luogo talmente avanti da trascinare il mondo, ci si poteva aspettare qualcosa di più in termini di parità tra i sessi. E invece la maggior parte delle aziende che hanno il proprio quartier generale nella zona intorno a Santa Clara non contemplano ai vertici del proprio organigramma nessuna donna. Molti marchi tecnologici che sono considerati icone del pensiero diverso e creativo non guardano all’universo femminile.

    LO STUDIO – I dati provengono dall’University of california at Davis Graduate School of Management e indicano quote rosa veramente marginali: il 7,3 per cento delle 94 aziende maggiori di Santa Clara non ha un esponente del gentil sesso come direttore di alcun settore e il 9,1 per cento delle stesse non ha donne tra i propri top manager. A rincarare la dose, il 33 per cento delle società prese in esame è completamente al maschile.

    LE 25 MIGLIORI – Se ne salvano 25 secondo l’analisi, con Hewlett Packard, Kyphon, eBay, Cisco Systems e Intuit che hanno al proprio libro paga 4 donne top manager a testa. Il resto delle 25 vanta una media di tre donne a testa nel proprio board. E questo nonostante una recente ricerca di Fortune che elogiava le società dirette da donne, solitamente migliori in termini di profitto e più lungimiranti.

    CRITICHE E OPINIONI – Una spiegazione può derivare dalle stime dell’Higher Education Research Institute, che denuncia un declino del 70 per cento delle iscrizioni alle lauree tecnologiche nel periodo compreso tra il 2000 e il 2005. La contrazione di studenti di computer science secondo gli esperti ha riguardato soprattutto l’universo rosa, il che potrebbe essere una spiegazione plausibile della loro scarsa presenza alla guida di società tecnologiche. Ma come fa notare Nicole Woolsey Biggart, dell’Università della California, non occorre essere ingegneri o specialisti per avere competenze manageriali. Qualcuno critica anche la metodologia della ricerca, sostenendo che i criteri utilizzati non sono in grado di catturare la presenza di donne che occupano mansioni comunque responsabilizzanti, seppur non ai massimi livelli dirigenziali.

    SOFFITTO DI CRISTALLO – In tutti i casi ancora una volta si può parlare di soffitto di cristallo, ovvero di quel muro sottile e impercettibile del percorso professionale che segna un punto oltre al quale è molto difficile spingersi per il cosiddetto sesso debole. Motivi culturali, sociali, famigliari: le ragioni per cui a un certo punto la carriera femminile si arresta sono tante e tra le tante c’è forse anche una minor disponibilità delle donne a sposare unicamente il lavoro a scapito della vita privata. I grandi marchi dell’hi-tech si difendono, sostenendo che non esiste alcun pregiudizio sessista e si tratta solo di casualità. Forse dirigere i colossi tecnologici è un compito che solletica di più l’interesse dei maschi o forse è la solita vecchia morale della volpe e l’uva, che fotografa molto bene l’umana debolezza di simulare disinteresse verso qualcosa che non si può avere.

    Emanuela Di Pasqua

    postato da: beatriceb alle ore 18:54 | Permalink | commenti (1)
    categoria:donne, diritti, quote rosa
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    giovedì, 25 ottobre 2007

    http://technology.timesonline.co.uk/tol/news/tech_and_web/the_web/article2732802.ece

    ecco come siamo visti, ecco perchè certe persone si permettono di minacciare querele a noi bloggers, ecco perchè questo paese fa schifo. ma veramente schifo.

    postato da: BridgetGregory alle ore 12:28 | Permalink | commenti (4)
    categoria:diritti
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    lunedì, 10 settembre 2007

    Apro ignara il sito di Repubblica per leggere le ultime notizie e sono colpita nella mia anima di femminista frastornata. Sono diversissime ma credo che abbiano in comune la totale mancanza di dignità e diritti per noi femminucce.

    Cina, ventitrè aghi nel corpo di Luo

     Cina, ventitrè aghi nel corpo di Luo

    Ventitré aghi conficcati nel corpo di una giovane donna cinese di 29 anni, che la radiografia in foto mostra chiaramente. Ora i chirurghi tenteranno di rimuoverli da sotto la pelle di Luo Cuifen, vittima dei nonni che li avrebbero infilati quando Luo era piccola tentando di ucciderla e così poter sperare in un nipote maschio.

     

    (Reuters) Abbigliamento sexy per riemergere dalla depressione (e certo... ke c'è di meglio??). Britney Spears è tornata e ha scelto il palco degli MTV Awards. Biancheria intima e stivali neri, è questa la mise che la pop star ha scelto per tornare di fronte al suo pubblico nello show  che ha tenuto a Las Vegas.
    postato da: beatriceb alle ore 14:28 | Permalink | commenti (6)
    categoria:donne, cina, diritti, britney spears
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    venerdì, 07 settembre 2007

    Nemeksec, scrivi, a proposito del post "la libreria delle libertà" : "e se a loro (le donne islamiche) andasse bene così? "

    Ecco, credo  che questo pensiero si stia un pò troppo diffondendo nel nostro caro occidente progressista perchè, se ogni giorno veniamo sommersi di terribili notizie riguardanti le condizioni di vita delle donne nei paesi islamici, sta diventando sempre più facile e comodo fare gli struzzi, girarsi dall'altra parte o nascondersi dietro una frase come quella che ho sopra riportato.

    Ma siccome io sono una femminista frastornata, una che non si ferma di fronte a niente e, soprattutto, una rompipalle ecco che, a cominciare da oggi, disseminerò qua e là nel blog qualche grido d'aiuto, qualche testimonianza che ci faccia capire che no, caspita, a loro, donne sfortunate, non va bene così.

    postato da: beatriceb alle ore 12:30 | Permalink | commenti (2)
    categoria:donne, diritti
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    venerdì, 07 settembre 2007

    dunque, mi appresto qui a cominciare l'opera di deturpo del bellizzimo blogghe della beasuperstar (ahò te l'avevo detto eh?).....per continuare sul tema libri (oggi sono seria, perlomeno, non voglio farti fare una figuraccia così, al primo post, bea): quando la ragazza del post qui sotto potrà scegliere LIBERAMENTE se leggere o meno questo libro (pubblicato nel 1973), il mondo avrà fatto un altro passo avanti.

    My_Secret_Garden

    e consiglio anche la lettura a tutti i maschietti che si sentono un pò "confusi" :)
    postato da: BridgetGregory alle ore 11:19 | Permalink | commenti (4)
    categoria:donne, sesso, diritti
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    venerdì, 07 settembre 2007

    Questa foto per una idealista sognatrice come me rappresenta una piccolissima speranza che, un giorno speriamo non troppo lontano, anche loro, donne velate e calpestate, possano camminare a chiome sciolte e testa alta.

    ... aspettando Bridget Gregory

    postato da: beatriceb alle ore 09:19 | Permalink | commenti (2)
    categoria:donne, diritti, velo
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